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Un giorno che pioveva

Due - Stefano

Stefano, silenziosamente, bestemmiava. Era in coda da due ore sulla tangenziale ovest e non sembrava che la situazione sarebbe cambiata a breve. Doveva esserci uno stramaledettissimo incidente da qualche parte, a fare da tappo, un tappo che, all'andatura corrente, avrebbe raggiunto in circa quattromila anni. Tutto era fermo, sotto un sole impietoso. Avrebbe voluto spegnere la macchina, ma avrebbe dovuto fermare il condizionatore. Aveva provato a spegnere e aprire i finestrini, ma gli arrivavano i gas di scarico di qualche miliardo di automobili in coda, ferme, rigorosamente in moto per tenere in funzione il condizionatore. O anche solo per pigrizia. O forse per alimentare qualche assurda speranza di stare, in effetti, andando da qualche parte. Dove cazzo volete andare, pensava Stefano, che qua non si muove nulla. Un'altra silenziosa bestemmia per sopire la sua coscienza ecologista che gli sbatteva in faccia la contraddizione di produrre gas inquinanti per combattere una calura innaturale, probabilmente dovuta a un riscaldamento globale causato dai medesimi gas. Non piove mai quando serve (bestemmia), e adesso ci starebbe proprio bene, un bell'acquazzone tipo venti a duecentomila nodi (si misura in nodi la forza del vento?) e un fulmine che andasse a friggere quell'idiota sulla sua cazzo di Punto Abort di un colore improbabile con la musica più orrenda del mondo a palla e quella minchia di subwoofer che gli faceva vibrare lo sterno. Sorrise fiero dell'arguto gioco di parole, rinnovò le maledizioni e accese il portatile.

La prima cosa che trovò davanti fu la lamentela di un blogger a proposito della pioggia e della muffa nel suo lavandino. Alle volte si domandava perché stesse a leggere certe stronzate sui social network, gente che evidentemente non aveva un cazzo da fare tutto il giorno e ciò nonostante non riusciva a tirarsi insieme abbastanza da tenere pulito l'appartamento sovradimensionato dove viveva coi soldi di papà. Probabilmente un giudizio gratuito ed esagerato, ma non era di umore particolarmente indulgente. Soprattutto verso un tizio di cui neanche sapeva il nome, di fisso fuori corso da sedicimila anni alla facoltà di Scienze delle Patatine, corso in Teoria e Tecnica della Strategia della Comunicazione Interattiva per l'Impresa nei Nuovi Media Virtuali del Terzo Millennio.

Unica consolazione, malgrado il ritardo mostruoso, l'appuntamento col cliente non era saltato. Anche il cliente era intrappolato lì in mezzo. Era il primo incontro, per quanto ne sapesse poteva anche essere il tizio nell'Audi a fianco. Per un attimo pensò che poteva persino essere il cinghiale selvatico nella Punto Abort.